Riflessi vaghi

English version below

Riflessi Vaghi
gabbia grande, 2004, gabbia metallica dorata, consolle con specchio e sedia, due foto, 190 x 120 cm., collezione Fondazione Mariani
esposto in:
Festa nazionale dell’ Unità, Fiera di Genova, Galleria Ciani, 2004; Riflessi Vaghi, Galleria Ciani, Genova, 2004; Agorà grandi formati, Arte in piazza, 11a edizione, Bordighera Alta (IM), 2004, a cura di Leo Lecci e Paola Valenti; Premio Paraxo La Via dell’Arte, Andora (SV) 2004, a cura di Tommaso Trini

gabbia piccola, 2003, ferro e plexiglas con miniature in specchio e legno, 177 x 46 cm.
esposto in:
12 mq di spazio transitabile, Vineart di Bolzano, 2005; Altre voci altre stanze, Centro fieristico Le Ciminiere, Catania, 2005, a cura di Alessandro Riva; Progetto Maionese, Il corpo solitario ovvero la necessità dell’autorappresentazione, En Plein Air, Pinerolo (TO), 2004, a cura di Giorgio Bonomi

RIFLESSI: luce rinviata
immagine riflessa
convergenza
ripercussione
VAGHI: incerto, indefinito,
leggiadro, ameno, grazioso,
desideroso
erranti, in movimento

Una grossa gabbia-voliera candida, leggiadra per il colore e le forme aeree e, al tempo stesso, opprimente come tutte le prigioni, costituisce il fulcro della nuova installazione di Loredana Galante. Popolata di cornici di specchietti da boudoir che racchiudono, in un ideale fermo-immagine, volti e azioni dell’artista, rappresenta il simulacro e la metafora di una performance nascosta, realizzata in privato e senza pubblico e così cristallizzata e moltiplicata in una moltitudine di frames.
Dietro il silenzio e la frivola pulizia formale di quest’opera, emerge prepotente la presenza fisica di Loredana, sempre protagonista e sgargiante, sempre in qualche misura autobiografica nel suo relazionarsi con l’agire artistico: come uno strano e attraente uccello esotico si muove in segreto nella gabbia, facendo ondeggiare le sue frange charleston simili alle piume di una danza nuziale, preda e predatrice contemporaneamente, si esibisce e attende, disseminando le sue deliziose trappole.
La simbologia dello specchio si dispiega pienamente, ma con impercettibile leggerezza, in questa azione: da strumento di autocoscienza globale, anche interiore e metafisica, a oggetto di seduzione, metafora di un’esteriorità esibita e compiaciuta, fino all’aspetto più inquietante che ne fa un gorgo capace di risucchiare insieme Narciso (Narcisa) e le vittime del suo fascino. “Nello specchio c’è il diavolo”, diceva mia nonna, sintetizzando in un’unica semplice frase il rifiuto della corporeità di una certa morale cristiana e il remoto ricordo di antichi riti iniziatici, non solo dionisiaci, Loredana Galante, perfettamente consapevole del pericolo ma ammaliata dalla forza prepotente della fisicità, utilizza i suoi specchi con frivolezza tattica e con tanta ironia, trasformandoli nell’ennesimo tassello del suo
discorso sull’ambiguità e sulla complessità delle relazioni interpersonali, soprattutto amorose e affettive.
Un gioco turbinante, ambiguo e irrisolto, dove i ruoli di allodola e cacciatore sono assolutamente intercambiabili.
Elisabetta Rota

English version

Riflessi Vaghi di Elisabetta Rota
A big candid cage, graceful for its pretty colours and the aerial shapes and, at the time same, oppressing like all prisons, constitutes the fulcrum of the new installation by Loredana Galante.
Populated by frames, small mirrors from boudoirs, which are enclosing, in an ideal still-frame, the artist’s faces and actions, it represents the simulacrum and the metaphor of a hidden performance realised in private, without public and therefore crystallized and multiplied in a multitude of frames.
Behind the silence and the formal frivolous cleanness of this work, the physical presence of Loredana emerges overbearing, always a showy protagonist and always in some measure autobiographical when she relates with the artistic action: like a strange and attractive exotic bird moves secretly in the cage, rocking her Charleston fringes resembling the feathers of a wedding dance, a prey and a predator at the same time, she exhibits herself and stays in waiting, laying her delicious traps.
The symbol of the mirror is totally unfolded, but, in this action, with imperceptible lightness: from an instrument of global self-conscience, also inner and metaphysical, to an object of seduction, a metaphor of an exhibited and complicit appearance, until it reaches the more alarming aspect that makes a vortex able to suck Narcissus (Narcissa) and the victims of her charme (1) altogether. “In the mirror lays the devil”, my grandmother said, summarising in a unique simple sentence the refusal of the corporeity of certain Christian moral values and the remote memory of ancient rituals for the initiates, not only Dionysian, Loredana Galante, perfectly aware of the danger but bewitched by the overbearing force of the human physics, she uses her mirrors with tactical frivolity and much irony, transforming them in the umpteenth piece of the gusset (2) in which consists her speech on the ambiguity and complexity of interpersonal relations, above all loving and affective.
A turbinate, ambiguous and unsolved game, where the roles of lark and hunter are absolutely interchanging
Elisabetta Rota

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